Fëdor Dostoevskij
Le mie notti finirono […]

Fëdor Dostoevskij Le mie notti finirono […]

Il mattino
Le mie notti finirono quel mattino.
Il tempo era brutto.
Cadeva la pioggia, battendo tristemente sui vetri della finestra; nella mia piccola stanza regnava il buio, e anche fuori era buio.
La testa mi faceva male e mi girava.
Sentivo la febbre penetrare in ogni angolo del mio corpo.
“È arrivata una lettera per te, ‘batjushka’. Me l’ha portata il postino”, disse Matrëna.
“Una lettera! Di chi?”, esclamai, sobbalzando sulla sedia.
“Non so, ‘batjushka’, guarda tu, ci sarà scritto da chi viene”.
Spezzai il sigillo. Era una lettera di lei!
“Perdonatemi, perdonatemi!”, mi scriveva Nasten’ka.
“Ve ne prego in ginocchio, perdonatemi! Ho ingannato voi e me insieme.
È stata una visione, un sogno…
Il pensiero di voi mi ha fatto soffrire tanto.
Vi chiedo perdono, perdono!…
Non mi accusate, perché io non sono cambiata nei vostri riguardi.
Vi dissi che vi avrei amato, e anche adesso vi amo, anzi sento per voi qualcosa di più dell’amore.
Dio mio! Se potessi amarvi tutti e due insieme! Oh, se voi foste lui!”.
“Se lui fosse voi!”, queste parole mi balenarono per la mente.
Nasten’ka, non scordo queste tue parole!

Nasten’ka, non scordo queste tue parole!
“Dio vede ciò che io vorrei fare adesso per voi!
Siete triste e angosciato, lo so.
Io vi ho umiliato, ma voi sapete che chi ama non ricorda a lungo le offese. E voi mi amate!
“Vi ringrazio! Sì, vi ringrazio per questo amore, perché nella mia memoria si è impresso come un dolce sogno, che ricordo a lungo dopo il risveglio.
Ricorderò per sempre il momento in cui, come un fratello, mi avete aperto il vostro cuore e avete accettato in dono il mio, mortificato, per proteggerlo, accarezzarlo, guarirlo…
Se mi perdonerete, il vostro ricordo sarà reso sublime in me dall’eterno sentimento di gratitudine verso di voi, che non potrà mai essere cancellato dalla mia anima…
Io custodirò questa memoria, le sarò fedele, non la tradirò, non tradirò il mio cuore: esso è troppo costante.
Ieri è tornato così in fretta a colui al quale già apparteneva.
“Ci rivedremo, voi verrete da noi, non ci abbandonerete, sarete per sempre il mio amico, il mio fratello…
Quando ci vedremo, mi tenderete la mano… vero? Me la darete?
Mi perdonerete, è vero?
Mi amerete ‘come prima’?
“Oh, amatemi, non mi abbandonate, perché io vi amo così in questo momento, e perché sono degna del vostro amore, lo meriterò…amico mio caro!
La settimana prossima lo sposerò.
Egli è tornato innamorato, non mi aveva mai dimenticata…
Non vi arrabbiate, se vi ho scritto di lui.
Voglio venire da voi con lui. È vero che gli vorrete bene?
“Perdonate, ricordate e amate la vostra Nasten’ka”.
Lessi e rilessi questa lettera molte volte.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime.
Infine la lettera mi cadde dalle mani e io mi coprii il volto.
“Caro mio! Caro mio!”, cominciò Matrëna.
“Che c’è, vecchia?”.
“Ho tolto tutte le ragnatele dal soffitto. Adesso potresti anche sposarti, invitare qualcuno, è ora…”.
Guardai Matrëna…
Fino ad allora era stata ancora una robusta “giovane” vecchia, ma ora, non so perché, ad un tratto mi apparve con lo sguardo spento, con le rughe in faccia, ingobbita, decrepita…
Non so perché, ad un tratto anche la mia stanza mi parve invecchiata come Matrëna.
Le pareti e il pavimento erano sbiaditi, tutto era diventato opaco, le ragnatele si erano moltiplicate.
Non so perché, quando guardai fuori dalla finestra, mi sembrò che anche la casa di fronte fosse decrepita e scolorita, che gli stucchi sulle colonne si fossero sgretolati e si staccassero, che i cornicioni fossero anneriti e pieni di crepe, che le pareti dal vivace colore giallo scuro fossero tutte chiazzate…
Forse un raggio di sole, comparso improvvisamente, si nascose di nuovo sotto una nuvola piena di pioggia, e tutto di nuovo diventò scolorito ai miei occhi; forse era balenata davanti a me, così inospitale e triste, la prospettiva del mio futuro, e io mi vidi con l’aspetto che avrò tra quindici anni: invecchiato, nella stessa camera, solo come ora, sempre con Matrëna, che di sicuro non sarà diventata più intelligente.

Non pensare, Nasten’ka, che io ricordi la mia umiliazione, né che voglia oscurare la tua serena e calma felicità con una nube scura.
Non pensare che voglia rattristare il tuo cuore con amari rimproveri, che voglia addolorarlo con un rimorso segreto, che voglia renderlo melanconico nel momento della beatitudine, che voglia strappare uno solo di quei teneri fiori che tu hai intrecciato tra i tuoi riccioli neri quando, insieme a lui, sei andata all’altare…

Oh! mai, mai!
Che il tuo cielo sia sereno, che il tuo sorriso sia luminoso e calmo!
Sii benedetta per quell’attimo di beatitudine e di felicità che hai donato a un altro cuore, solo, riconoscente!
Dio mio!
Un minuto intero di beatitudine!
È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?

 

Recitato da Paolo Rossini con Gianna Gesualdo

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